Come corriamo può aumentare il rischio di infortunio? Cosa dice la ricerca scientifica
Quando corriamo, pensiamo soprattutto a quanto siamo veloci, a quanti chilometri percorriamo e magari alla frequenza cardiaca.
Ma c'è un'altra domanda che raramente ci poniamo:
come stiamo correndo?
Il nostro corpo, ad ogni passo, deve gestire una grande quantità di movimenti. Bacino, tronco, ginocchio e caviglia lavorano insieme per assorbire e restituire le forze generate dalla corsa.
E proprio il modo in cui queste parti del corpo si muovono può raccontare qualcosa di interessante.
Lo stile di corsa può essere associato agli infortuni?
Nel corso degli anni sono state condotte diverse ricerche su questo argomento. Una di queste, particolarmente interessante, è stata pubblicata nel 2018 da Bramah e collaboratori.
I ricercatori hanno analizzato 108 runner, di cui 72 già infortunati e 36 appartenenti a un gruppo di controllo senza infortuni.
Tra gli atleti infortunati erano presenti persone con problematiche differenti: sindrome femoro-rotulea, sindrome della bandelletta ileotibiale, sindrome da stress tibiale mediale e tendinopatia achillea.
La cosa interessante è che, nonostante si trattasse di infortuni differenti, nei runner infortunati sono comparsi alcuni pattern di movimento ricorrenti.
Per studiarli, i ricercatori hanno utilizzato un'analisi cinematica della corsa, cioè un sistema che permette di misurare e descrivere con precisione come si muove il corpo durante ogni fase del passo.
In pratica, non si guarda semplicemente “come appoggia il piede”, ma si osserva quello che succede a tutto il corpo.
Cosa hanno osservato?
Nei runner infortunati sono stati riscontrati alcuni elementi con maggiore frequenza.
1. Una maggiore caduta del bacino
Uno degli aspetti più interessanti riguarda il contralateral pelvic drop, cioè la caduta del bacino verso il lato opposto rispetto all'arto che sta sostenendo il corpo.
Detto in maniera molto semplice: durante l'appoggio su una gamba, il bacino dovrebbe mantenere una buona capacità di controllo.
Quando invece tende a “scendere” maggiormente da un lato, il movimento dell'intera catena dell'arto inferiore può modificarsi.
Ed è proprio questo il dato che nello studio ha mostrato l'associazione statistica più importante.
Per ogni grado in più di caduta pelvica, le probabilità di rientrare tra ex infortunati infortunati aumentavano di circa l'80%.
È un dato molto interessante, ma va interpretato correttamente.
Non significa che “se il tuo bacino scende di un grado ti farai male”.
Lo studio non dimostra un rapporto di causa-effetto.
Dimostra invece che, nel gruppo analizzato, una maggiore caduta pelvica era fortemente associata alla presenza di un infortunio.
2. Un tronco maggiormente inclinato in avanti
Nei runner infortunati è stata osservata anche una maggiore inclinazione anteriore del tronco.
Attenzione però: inclinare leggermente il busto in avanti durante la corsa è assolutamente normale.
Il problema, quindi, non è trovare una posizione “perfetta” e mantenerla a tutti i costi.
Il punto è capire quanto, come e perché il corpo utilizza determinati schemi di movimento.
3. Un ginocchio più esteso al momento dell'appoggio
Un altro elemento osservato riguarda il ginocchio.
Nei runner infortunati il ginocchio risultava mediamente più esteso al momento del contatto iniziale con il terreno.
Anche in questo caso non significa che avere il ginocchio più esteso sia, da solo, la causa di un infortunio.
Significa che questo comportamento motorio è risultato associato al gruppo degli atleti infortunati.
4. Una maggiore dorsiflessione della caviglia al contatto
Anche la posizione della caviglia al momento del contatto con il terreno risultava differente.
Nei runner infortunati era presente una maggiore dorsiflessione della caviglia.
Questo dato, però, non deve essere tradotto automaticamente con “appoggio di tallone”.
Sono due concetti differenti e la ricerca non autorizza a fare questa semplificazione.
Quindi esiste una tecnica di corsa perfetta?
No.
Ed è probabilmente questo uno degli aspetti più importanti da capire.
La ricerca scientifica non ci sta dicendo che tutti dovremmo correre nello stesso modo.
Ogni runner ha caratteristiche individuali, storia sportiva, forza muscolare, mobilità articolare, esperienza e capacità di adattamento differenti.
Quello che la ricerca ci permette di fare è qualcosa di molto più interessante:
individuare alcuni schemi di movimento che possono essere associati a una maggiore presenza di infortuni.
E questo cambia completamente il modo di guardare la corsa.
Non si tratta di cercare il runner “perfetto”.
Si tratta di capire come si muove quel determinato runner.
La corsa va quindi osservata, non soltanto misurata
Possiamo conoscere il passo al chilometro, la frequenza cardiaca, la distanza percorsa e il tempo impiegato.
Ma due persone che corrono alla stessa velocità possono muoversi in maniera completamente diversa.
Ed è qui che l'analisi cinematica può diventare uno strumento interessante nella valutazione del runner.
Osservare il movimento significa andare oltre il semplice dato numerico.
Significa cercare di capire come il corpo gestisce ogni singolo appoggio e se esistono schemi che meritano di essere approfonditi.
Naturalmente, un singolo parametro non permette di fare una diagnosi e non significa che un determinato movimento debba necessariamente essere corretto.
La valutazione deve sempre considerare la persona nel suo insieme.
La vera domanda non è: “Corro bene?”
Forse dovremmo iniziare a farci un'altra domanda:
“Il modo in cui corro è adatto a me?”
È una differenza apparentemente piccola, ma fondamentale.
Perché nella corsa non esiste necessariamente un movimento identico per tutti.
Esistono invece persone diverse, con corpi diversi, esperienze diverse e capacità diverse di tollerare il carico.
Ed è proprio per questo che conoscere e osservare lo stile di corsa può essere un tassello importante nella valutazione dell'atleta.
FONTE:
Bramah C., Preece S.J., Gill N., Herrington L. (2018).
Is There a Pathological Gait Associated With Common Soft Tissue Running Injuries? American Journal of Sports Medicine.
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Una valutazione del gesto della corsa può aiutare a individuare caratteristiche del movimento che, insieme alla storia dell'atleta e agli altri elementi della valutazione, meritano maggiore attenzione.
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La corsa non deve essere semplicemente più veloce.
Deve essere anche più consapevole.
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